Anita Alberti Coaching

Il dolore e la cura di sé in una situazione di sofferenza

Il dolore e la cura di sé in una situazione di sofferenza

Vorrei iniziare le considerazioni su questo articolo esplicitando il mio personale dissenso sulla frase “Il counseling filosofico parte dalla consapevolezza che non si può guarire dal dolore….”.

Sinceramente sono un po’ combattuta, sarà la pioggia!

Personalmente ritengo che, talvolta, si possa guarire dal dolore. Talvolta quel dolore prende altre forme, altre connotazioni, non rimane uguale. E aggiungo, per fortuna si trasforma in altro: nostalgia, malinconia, tristezza..

L’inizio è un po’ troppo pessimista.

Una cosa è certa: dopo un dolore, un grande o piccolo dolore, non si è più come prima, si cambia. E’ inevitabile, magari non totalmente, ma in buona parte sì.

Siamo onesti, il dolore è davvero un grande inconveniente, invece!

A nessuno piace affrontare situazioni difficili, dolorose, anzi!

A mio avviso chi si dedica alla relazione d’aiuto ha l’obbligo morale ed etico di implementare tutte le strategie di coping del cliente/paziente, aiutandolo in questa fase di accettazione della situazione che l’affligge, in primis. Per poi iniziare a cercare e scoprire tutto ciò che lo può aiutare a sopravvivere e a vivere a pieno, poi.

A rinascere dalle ceneri come la fenice.

La prima parte dell’articolo l’ho percepita un po’ disfattista, la seconda è rientrata di più nelle mie corde. Lo sappiamo tutti che una delle condizioni di questa vita umana è la sofferenza, motivo per cui il Buddha ha intrapreso il suo cammino, alleviare le quattro sofferenze dell’uomo: nascita, malattia, vecchiaia, morte.

Possiamo, però, trovare dei rimedi, pressochè amari il più delle volte, per alleviare il dolore. Difatti, quando abbiamo la febbre, possiamo non solo prendere l’antibiotico per abbassare la temperatura, ma anche sfruttare quel momento per riposare, per riflettere su come mai abbiamo contratto l’influenza.. Il mio è un approccio olistico, che personalmente ho adottato e adotto tuttora.

L’assunto è “Ok soffro, ma ne devo pur uscire, perché la vita va avanti!”. La sfida è il come. E’ una questione di mindset, come ci insegnano i vari Zanardi, Bebe Vio, Gabriele Andriulli, tutti gli atleti paraolimpici, che hanno sicuramente affrontato momenti terribili, ma che hanno avuto dalla loro parte una grande ancora di salvezza: lo sport o ciò che li appassionava davvero.

“Perché tutto questo sta succedendo a me? Cosa ho fatto di male, perché mi accade tutto questo? E’ colpa mia? Dove ho sbagliato?”

Sono tutte domande ricorrenti che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella vita, anche senza aver dovuto affrontare delle vere e proprie tragedie, a cui non c’era rimedio.

Simonetta non è malata, è una persona in cerca di una nuova sé, una persona che ha intrapreso un viaggio che la condurrà in territori inaspettati, un viaggio che avrebbe certamente fatto a meno di fare.

Simonetta è prima di tutto una donna, una madre-moglie, ma prima di tutto una donna, che necessita di ritrovare un suo equilibrio, un suo significato, una sua ancora, o quantomeno, degli attrezzi utili da usare, quando cade nella parte più stretta dell’imbuto. Una strumentazione che le consenta di risalire, sì con fatica, ma di risalire. Quindi con strumenti intendo non solo immaginare come è e come vorrebbe essere, ma anche avere fiato per scalare la parete, forza fisica, corde, picconi, ganci, elmetto, torcia..

Sinceramente non mi pare che il counseling filosofico, forse ho letto male, glieli dia effettivamente, rimane molto sul dolore.

Ripeto è una mia impressione, discutibile senz’altro.

Bisogna assolutamente implementare l’empowerment delle persone, renderle empowered, cioè focalizzarsi su tutte le risorse che esse già hanno, portarle alla luce, renderle consapevoli, piuttosto che stazionare su ciò che manca, su ciò che non c’è e che ci dovrebbe essere.

Ovviamente Simonetta è dilaniata dai sensi di colpa nei confronti di Samuele, di suo marito, di sé stessa, dalla paura del futuro, dalla nostalgia di un passato, in cui anche una giornata di pioggia era in grado di farla sorridere, figuriamoci la tempesta!

Quali sono gli strumenti che lei ha oggi, o quali sono le sue risorse del passato che, oggi, può mettere in campo per alleviare, anche se di poco, la sofferenza attuale?

E’ vero che la vita è costellata di dolore, ma non si soffre sempre, per fortuna. Io mi immagino una curva di Gauss, che, comunque, prima o poi finisce, intanto attiviamo tutti quegli stati interni per affrontare quanto accade. Come ricordava il Buddha, la vita è eterna, è costellata di tante nascite e morti, che non sono eterne. Così anche il dolore, ha un inizio e una fine, se gli si vuole dare una fine.

Tutto dipende da noi, certo alcuni hanno trovato una loro funzionalità nel permanere in situazioni dolorose, hanno tratto un loro personale vantaggio.
Sono scelte personali.

Un altro aspetto con cui già da un po’ mi scontro è la teoria che gli altri ci fanno da specchio.

Bisogna prestare attenzione, perché è un discorso delicato, quale parte riflettono, come la riflettono, che tipo di specchio è? È uno deformante, oppure uno che mi slancia?

Esistono tanti tipi di specchi, non tutti sono obiettivi e oggettivi, quindi costruire l’immagine di sé su quanto gli altri rimandano, si corre il rischio che si costruisca un’identità falsata, non veritiera. Ad esempio: si è alti e magri e lo specchio/altro, che ho di fronte, rimanda un’immagine di persona bassa e cicciottella. Chi si vede riflesso potrebbe iniziare a soffrire di complessi d’inferiorità, vorrebbe iniziare a dimagrire, quando in realtà va benissimo così com’è.

Interessante notare che si dice che lo specchio riflette l’immagine, ma l’immagine è solo la superficie, non dà la possibilità di verificare la consistenza della pelle, la morbidezza o meno dei capelli.. Ergo lo specchio non solo riproduce un’immagine, che può essere falsata, ma anche parziale.

Quindi perché andare a costruire un’identità su un qualcosa che non è completo? Mi sembra azzardato, eppure capita.

Quante volte sentiamo persone che si ritengono stupidi, perché gli altri hanno detto loro che lo sono, magari in alcune occasioni lo saranno anche stati, ma “alcune” è ben lungi dall’essere “sempre”!

Inoltre chi si intende come specchio/altro? Il counselor, il terapeuta o i pari che si frequentano? Qual è il valore che noi diamo loro?

Difatti, Simonetta afferma di sentirsi sola, senza amici vicini, nonostante li abbia, che le dicono che, vedendola sempre sorridente, curata, solare, la ritengono forte, quindi non bisognosa di un aiuto, incoraggiamento, di una spalla su cui appoggiarsi..

Gli altri sono vittime delle loro stesse distorsioni e generalizzazioni valutando Simonetta, che, nel frattempo, deve fare i conti con il suo abisso, la sua solitudine, la sua mancanza di ossigeno, il suo sentirsi in colpa verso i suoi cari e verso sé stessa. In aggiunta, a mio avviso, deve fare i conti con la frustrazione che nasce dall’ incongruenza tra ciò che gli altri vedono e ciò che vede, sente, percepisce lei di sé. Tanto da dire che non vuole sentirsi forte, che ha paura, perché tutto è più grande di lei.

Simonetta non va tanto aiutata a sopportare quanto le sta accadendo. Va aiutata a trovare uno scopo nuovo che dia senso alla sua vita, aderendo ad un modello bio-psico-sociale in cui la salute non solo non è uno stato ma è un processo che ogni volta va perseguito. Cercando di mantenere un’omeostasi interna fondamentale per reggere il carico della situazione. E ciò al fine di evitare di incorrere in un aggravamento di uno stato d’ansia, che non è espresso in modo esplicito ma è quasi sicuramente presente, in attacchi di panico, sino alla depressione.

A mio avviso è un soggetto su cui intervenire con progetti di prevenzione primaria e secondaria, rinforzare ciò che c’è, le risorse presenti, ma è anche un soggetto a rischio di sviluppo di patologie molto serie.

Anita Alberti

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Il dolore e la cura di sé in una situazione di sofferenza

Come può essere utile il Coaching?

Il coaching cosa rappresenta, da dove nasce?

Il termine inglese coach risale al 1400 ed era inteso come mezzo di trasporto, la carrozza trainata da cavalli. Ma le sue origini sono ben più antiche.

Socrate e Platone sono da considerarsi come i primi coach. Il primo diffuse come insegnamento fondamentale il famoso detto dell’Oracolo di Delfi “Conosci te stesso”: coltivare la propria capacità di orientarsi nel mondo attraverso la consapevolezza di sè e di quanto ci circonda.

E Socrate poneva solo domande ai suoi interlocutori, non si permetteva di fornire risposte. Lasciando loro la possibilità di trovare la propria verità.

Platone, nel Teeteto, riporta l’insegnamento del suo maestro. Secondo cui il compito del filosofo non è quello di insegnare ma quello di applicare l’arte della Maieutica, l’arte dell’ostetricia. Cioè partire dalla propria verità che ognuno possiede.

Al giorno d’oggi siamo emotivamente analfabeti. Non riconosciamo le nostre emozioni, non ci permettiamo di viverle, soprattutto quelle negative. Purtroppo tutto questo crea blocchi e da qui alla malattia il passo è breve.

Tutto ciò accade non solo in rapporto a sè stessi, ma anche in relazione all’altro. Ci sono tipologie di persone che ciclicamente incontriamo e innescano sempre le stesse reazioni emotive, senza saperne il perchè, senza sapere che sono legate ad emozioni del passato. In realtà non è nel passato che dobbiamo stare ma nell’oggi e nel futuro, vedere oggi come vogliamo essere nel futuro. Proprio per questo è fondamentale prestare attenzione al proprio sentire, al proprio corpo e ai segnali che quest’ultimo ci invia.

Molte volte, ad esempio, conviviamo con un fastidioso mal di stomaco, prendiamo medicine. Ma poche volte ci soffermiamo a chiederci come mai, cosa non abbiamo digerito, non solo in senso fisico di cibo, ma anche di situazioni, cosa avrei potuto fare diversamente, cosa me lo ha impedito..


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